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Lettera di Mustafa Barguti

Ramallah, 27 dicembre 2008.

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di
concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la
differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i
bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?
Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala
operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama,
quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un
attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro
razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato
naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e
d’altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che
chiacchierano di Palestina, qui all’angolo della strada, sono per le
leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale,
una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come
entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?
Se l’obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate
a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei
caccia tornate poi a strangolare l’esercizio della democrazia - ma quale
altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.
Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma
tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a
questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e
contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il
coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l’altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili
stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per
assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la
racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi
processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui
parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati
dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai
dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l’ennesima arma di distrazione
di massa per l’opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a
noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in
cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa
minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i
civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un
crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un
processo di pace, mentre l’unica mappa che procede sono qui intanto le
terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti
allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La
fine dell’occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti
gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione?
Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall’altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui
vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l’indifferenza.
Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine,
verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a
vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei,
americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità
egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? -
siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e
parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell’aria, come
sugheri sull’acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti,
vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori,
rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi,
domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse?
delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la
generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia -
sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni
volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori -
no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele
passo a passo per sessant’anni, fino a sfigurarlo nel paese più
pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un
ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita,
oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita
tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull’ultima
razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine
gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l’esatto opposto,
sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah
chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l’altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero
unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna
autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo
apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane,
tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni
delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico
formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l’ennesimo
collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio,
il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un
altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Mustafa Barghouthi con Francesca Borri

Appello dall’ARCI

Basta alla violenza in Palestina!

 

 

“Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento,

ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo.

Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario,

ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare, il coraggio di disertare –

non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altra Palestina, terza e diversa,

mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas.

Non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altro Israele, terzo e diverso,

mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.”

 

Lettera da Ramallah di Mustafah Barghouti

LA MARINA ISRAELIANA SPERONA IN ACQUE INTERNAZIONALI LA NAVE UMANITARIA DIGNITY

DIRETTA A GAZA CON UN CARICO DI MEDICINALI E OPERATORI UMANITARI.

 

La Dignity, la nave in missione umanitaria verso Gaza assediata, è stata attaccata dalla Marina Israeliana in acque internazionali.

La Dignity è stata circondata da almeno una mezza dozzina di navi da guerra israeliane. Le navi hanno aperto il fuoco intorno alla DIgnity, e una di esse ha speronato l’imbarcazione civile causando danni e aprendo una falla.

Contravvenendo alla legge marittima internazionale, gli israeliani hanno impedito alla Dignity di attraccare a Gaza o di trovare rifugio sicuro in Egitto o in Libano. Al contrario, la marina israeliana ha chiesto che la Dignity tornasse a Cipro da dove era partita, nonostante l’imbarcazione non avesse abbastanza carburante per farlo.

Fortunatamente, nessuno dell’equipaggio è stato ferito seriamente. A bordo ci sono 15 passeggeri civili di 11 paesi diversi, tra cui una parlamentare cipriota, giornalisti della CNN e di Al Jazeera, una ex deputata del Congresso Usa, medici e attivisti dei diritti umani.

A quanto si sa in questo momento, la nave che imbarca acqua sta navigando verso il Libano.

La nave Dignity opera per la campagna internazionale Free Gaza, e da mesi fa la spola con il porto di Gaza rompendo l’assedio e portando aiuti umanitari per la popolazione civile. Questa volta il suo carico era composto da una tonnellata di medicinali destinati agli ospedali.

 

Amnesty International chiede protezione per i civili a Gaza e nel sud d’Israele

CS166: 29/12/2008

Amnesty International ha chiesto alle forze israeliane e ai gruppi armati palestinesi di porre immediatamente fine agli attacchi illegali contro Gaza e il sud d’Israele, che a partire da sabato 27 dicembre hanno causato la morte di almeno 280 civili palestinesi e di due civili israeliani.

I bombardamenti sulla Striscia di Gaza hanno provocato il più alto numero di morti e feriti mai registrato in quattro decenni di occupazione israeliana: tra le vittime palestinesi vi sono decine di civili non armati e di poliziotti che non stavano prendendo parte alle ostilità.

L’uso sproporzionato della forza da parte di Israele è illegale e rischia di provocare ulteriore violenza in tutta la regione” - ha dichiarato Amnesty International. “L’escalation di violenza è arrivata in un momento in cui la popolazione di Gaza già era impegnata in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, a causa del blocco israeliano che impedisce l’ingresso anche di viveri e medicinali”.

Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi condividono la responsabilità per l’escalation. I continui lanci di razzi sulle città e i villaggi israeliani sono illegali e non possono essere giustificati in alcun modo” - ha proseguito Amnesty International, che ha sollecitato la comunità internazionale a intervenire senza indugio per garantire che i civili intrappolati nella violenza siano protetti e che il blocco di Gaza sia rimosso.

L’ultimo pesante attacco ha portato a 650 il numero dei palestinesi uccisi quest’anno dalle forze israeliane: almeno un terzo delle vittime, tra cui 70 bambini, erano civili. Nello stesso periodo, i gruppi armati palestinesi hanno ucciso 25 israeliani, 16 dei quali civili, tra cui quattro bambini. Negli ultimi otto anni la violenza israelo-palestinese ha causato la morte di circa 5000 palestinesi e 1100 israeliani. La maggior parte delle vittime da entrambi i lati erano civili e tra esse figurano circa 900 bambini palestinesi e 120 bambini israeliani.

Nelle ultime settimane le agenzie delle Nazioni Unite, che provvedono all’80 per cento del fabbisogno alimentare di un milione e mezzo di abitanti, hanno ripetutamente protestato contro il rifiuto israeliano di consentire l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza.

Il blocco israeliano ha fatto sì che la tregua di cinque mesi e mezzo tra Israele, Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi migliorasse di poco o niente la vita della popolazione di Gaza. La tregua è di fatto cessata il 4 novembre, quando le forze israeliane hanno ucciso sei militanti palestinesi e una scarica di razzi palestinesi ha colpito le città e i villaggi del sud d’Israele.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 29 dicembre 2008

FERMARE IL MASSACROGAZA.

 

Continuano i bombardamenti su una popolazione assediata da due anni e assiepata nella striscia di Gaza. Israele prepara l’invasione da terra.

L’obiettivo dichiarato del Governo Israeliano è Hamas. Le vittime reali sono uomini e donne che non possono neppure scappare.

L’attacco di questi giorni non ha fermato i lanci di razzi contro il sud di Israele, e mette semmai maggiormente in pericolo le città del sud.

L’assedio di Gaza dura da due anni interi.

Tutte le leggi internazionali sono state violate da Israele in questi anni, senza che ne pagasse alcun prezzo.

E’ una solidarietà sbagliata e controproducente per lo stesso popolo israeliano e per la stabilità di tutto il mondo.

In nome della difesa di città assediate la comunità occidentale ha fatto la guerra, nel decennio passato. Ora tace.

Neppure il massacro di queste ore smuove la comunità internazionale

Cessare il fuoco subito e fermare l’invasione non può essere un invito.

Deve essere un ordine delle Nazioni Unite.

Deve essere imposta la fine dell’assedio, la fine dei preparativi dell’invasione e la riapertura della striscia.

Devono essere imposti tempi, contenuti, modalità di un negoziato su basi eque e fondato sul diritto internazionale.

La comunità internazionale perde la sua dignità ogni volta che un civile perde la vita, in queste ore.

 

Video del massacro a Gaza:  http://it.youtube.com/watch?v=wlvZ3uz9bWM

“Gli orsi della Val Mesath”

INCONTRI CON L’AUTORE:

Presentazione del libro di Adriano Roncali “Gli orsi della Val Mesath”

Storie di montagna vera, storie di roccia vissuta, storie di sapori antichi, storie di animali e uomini selvatici

SABATO 20 DICEMBRE ALLE ORE 17:00

Presso i locali del Circolo ARCI “Tina Merlin” in via Ciotti 11 a Montereale Valcellina (PN)

 

Venerdì 12 dicembre: sciopero generale contro la crisi

Sciopero generale 12 dicembre 2008

La protesta studentesca in Grecia si trasforma in tragedia

L’uccisione da parte della polizia del 15enne Andreas Grigoropoulos e due giorni di scontri e riot in molte città del paese, non si fermano proteste e conflitto. La Grecia è in rivolta, spinta dalla rabbia per l’omicidio poliziesco, travolta anch’essa da un crisi globale che, gli studenti in primis, non voglion pagare…!!
Da tre giorni molte città greche sono bloccate e attraversate dallo scatto di rabbia scaturito dall’omicidio
poliziesco di sabato sera nel quartiere Exarchia, luogo nel quale i poliziotti della Blue Suit hanno ucciso lo studente 15enne Andreas Grigoropoulos. La Grecia è giunta al suo terzo giorno di rivolta: scontri con le forze dell’ordine, barricate lungo le strade, assalti a banche supermercati e negozi, attacchi a uffici governativi ed a commissariati. In ogni parte del paese nascono focolai che poi la polizia difficilmente riesce a spegnere, nonostante la mano dura che sta utilizzando. L’opposizione ha una composizione sociale che vede in primis gli studenti delle scuole superiori e dell’università come protagonisti, affiancati certamente da altri diversi soggetti come disoccupati e lavoratori precari. La spinta alla ribellione è stata indubbiamente data dal criminale gesto poliziesco, l’omicidio di Andreas ha dato il la alla spontanea rabbia delle migliaia di giovani di Atene (e non solo) che stavano vivendo il loro sabato sera, ma per il carattere che ha poi assunto la protesta la rivolta dev’essere inquadrata anche nel contesto di crisi globale che la Grecia, così come il resto d’Europa e (ancora maggiormente) gli Stati Uniti, sta attraversando. Ciò è dato innanzitutto dagli obiettivi che gli studenti hanno individuato come nemici simbolici da colpire con le loro azioni: non solo uffici delle istituzioni e della polizia, ma soprattutto banche e centri commerciali. Un “noi la crisi non la paghiamo!” sospinto dall’Italia, assunto e praticato in Grecia da parte di studenti e studentesse anch’essi in mobilitazione contro le ristrutturazioni e i tagli allo stato sociale.
Ascolta l’intervista realizzata da Radio Onda d’Urto con Ianis, compagno del movimento anticapitalista greco, che inquadra la rivolta nel contesto della crisi
Questa mattina a Salonicco centinaia di studenti si sono riversati in strada, ingaggiando duri scontri con le forze di polizia in tenuta anti-sommossa, hanno tentato di attaccare un commissariato ed hanno poi assaltato negozi e distrutto veicoli in sosta. Ad Atene molti ragazzi rimangono barricati in due campus universitari, restano bloccate due importanti vie della capitale ed un’arteria ferroviaria. Nel pomeriggio sono previste altre manifestazioni in molte città della Grecia, il corteo più grande sarà quello di Atene.
Le università resteranno bloccate per un paio di giorni visto il blocco deciso dalle autorità e lo sciopero di tre giorni proclamato dai professori. Lo stesso si riprodurrà in molte scuole del paese. Proseguono intanto
le occupazioni da parte degli studenti e delle studentesse, tra queste quello del Politecnico di Atene. Capitale nella quale sono state cancellate tutte le celebrazioni ufficiali previste per il Natale. Si avvicina nel frattempo lo sciopero generale del 10 dicembre, indetto da tempo dai sindacati, che sicuramente, dopo i fatti dell’Exarchia e le proteste seguite, assume una valenza ancor maggiore per il paese.

Alcune immagini della rivolta:

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http://espresso.repubblica.it/multimedia/mondo/3995522/2

La testimonianza di un’italiana ad Atene

Sono italiana e vivo ad Atene. Qui le notizie che circolano sono un pò
diverse. Nessuna bottiglia incendiaria. Nessuno scontro che precede i
colpi a morte da parte dello sbirro.
E’ risaputo che exarchia è un quartiere non solo considerato
“alternativo” ma per lo più politicizzato e ciò si avvalora di ragioni storiche che
risalgono alla resistenza ai colonnelli, alle rivolte del politecnico
(nelle immediate vicinanze del quartiere). E’ vero che spesso si assistono ad episodi di guerriglia urbana e scontri con la polizia, ma è altresì vero che quest’ultima, (che dalle undici di
sera in poi crea tutte le sere un cordone intorno all’intera area,
bardata da guerra e senza reali motivi per farlo, poichè il quartiere è
anche un posto pieno di bar e locali e frequentato davvero da gente di
tutti i tipi) difficilmente “entra” nel quartiere se non a seguito di
episodi particolari o con LA CHIARA INTENZIONE DI PROVOCARE. Questo è
unodi questi casi. Un gruppo di giovanissimi ragazzi ha cominciato a
gridare, dietro agli sbirri ed è stata lanciata VERSO la macchina una bottiglia
di birra VUOTA. Il tragico epilogo è che uno di queste bestie (che tengo a
sottolineare, perchè la cosa mi ha impressionata moltissimo la prima
volta che li ho guardati meglio, SONO GIOVANISSIMI, in genere tra i
18-19 e i 30 anni al massimo) è uscito dalla macchina e ha sparato 3 colpi
dritti al cuore di uno dei ragazzi. è morto sul colpo. Ora tutto il
centro di Atene brucia ed è stato devastato: non riesco a trovarlo
riprovevole.
Non riesco a non piangere.

Un’economia alternativa è possibile…

Dio non si taglia

di Roberta Carlini
La scure della Gelmini risparmia gli insegnanti di religione. Che sono 25 mila. E costano 800 milioni l’anno
Il presidente della Cei Angelo Bagnasco
Zona protetta, qui non si taglia. E neanche si riordina. I 25.694 insegnanti di religione nella scuola pubblica italiana sono al riparo dallo tsunami di tagli e proteste che l’ha investita. Anzi, sono destinati ad assumere un peso crescente, essendo le loro ore intoccabili nella generale riduzione dell’orario delle lezioni in classe. Lo dice anche la Gelmini: macché maestro unico, c’è anche l’insegnante di religione. Che alle elementari e alle materne fa due ore a settimana per classe. Solo che adesso sono due su 30 (o 40, se c’è il tempo pieno), dall’anno prossimo saranno 2 su 24: l’8,3 per cento dell’orario curricolare.

Quadro orario a parte, a fare i conti in tasca alla spesa della scuola pubblica per gli insegnanti di religione si trova qualche sorpresa. A partire dal numero complessivo: in aumento costante, per le massicce immissioni in ruolo fatte negli ultimi anni. Tra il 2004 e il 2007 sono stati assunti oltre 15mila tra maestri e professori di religione. Adesso superano i 25mila, e cifra più cifra meno costano 800 milioni all’anno. Ottocento milioni pagati da tutti, incomprimibili e insindacabili. E non solo perché oggetto di un accordo sottoscritto con uno Stato estero: non è che nei patti col Vaticano siano stati scritti anche i dettagli organizzativi e burocratici, e spesso sono questi a fare la differenza. Un esempio: mentre da tutte le parti ci si affanna per razionalizzare, accorpare, risparmiare, l’insegnante di religione è attribuito rigidamente per classe. Questo vuol dire che c’è sempre, anche se solo uno studente di quella classe opta per l’insegnamento della religione. Ma anche senza arrivare al caso estremo, facciamo un’ipotesi vicina alla realtà di molti quartieri delle grandi città: se ci sono due classi con dieci studenti ciascuna che scelgono la religione, queste non si possono accorpare per quell’ora. Un meccanismo che moltiplica le ore e le cattedre. Diventa interessante, a questo punto, sapere quanti studenti scelgono l’ora di religione, per capire perché il numero degli insegnanti è cresciuto e se potrebbero essere utilizzati meglio: senonché la Pubblica istruzione questa informazione non la fornisce. È un dato che gli uffici statistici del ministero hanno, ma non è a disposizione del pubblico.
Allora bisogna andare alla fonte direttamente interessata, la Cei, per sapere qualcosa. E la Cei ci dice che nella media italiana il 91,2 per cento degli studenti si avvale dell’ora di religione: si va dal 94,6 delle elementari all’84,6 delle superiori. Sembrano tantissimi. E però sono in calo dal 2000 (allora erano sul 94 per cento). Il che segnala un primo paradosso: mentre diminuiva il numero degli studenti ‘avvalentisi’, aumentava quello dei maestri e prof di religione. I quali sono per la maggioranza donne, quasi sempre non ecclesiastici, mediamente un po’ più giovani degli altri insegnanti. Quello che la Cei non dice (e il ministero si guarda bene dal far sapere) è come sono distribuiti: si sa che nelle scuole delle grandi città e nei quartieri con maggiore presenza di stranieri le percentuali scendono molto, ma nel dettaglio non si può andare. Anche perché, qualunque numero venga fuori, vale la rassicurazione del ministro Gelmini: “Gli insegnanti di religione non si toccano”. Può toccarli solo la stessa Curia che ha dato loro l’idoneità all’insegnamento, revocandogliela, anche per motivi morali o personali, come una convivenza fuori dal matrimonio o cose simili. In quel caso, si è stabilito qualche anno fa, l’insegnante di religione immesso in ruolo non perde il posto, ma può far valere i suoi titoli per insegnare altre materie: scavalcando altri precari con meno santi in paradiso.
(26 novembre 2008)

14.11.2008 – DIAZ: UNA SENTENZA VERGOGNOSA. GIUSTIZIA NON E’ FATTA!

L’Authority anti-fannulloni? Costo previsto quattro milioni…

“Il trucchetto c’è ma finora nessuno, a parte chi l’ha escogitato, se n’è accorto. Anche dietro la norma ‘anti-fannulloni’ del ministro Renato Brunetta, spuntano immancabili le ‘solite’ consulenze. Strapagate a carico della collettività, s’intende. Basta leggere il disegno di legge (numero 847), che il ministro Brunetta ha riassunto in quattro parole d’ordine: più trasparenza, standard, premi e punizioni per chi non fa il proprio lavoro”. E’ quanto denuncia un articolo apparso oggi su ‘il Riformista’ dal titolo: “L’Authority anti-fannulloni ci costa già quattro milioni”.
“A leggere il testo arrivato in commissione (articolo 3, punto d) - scrive ‘il Riformista’ - il ddl prevedeva ‘l’istituzione presso il Dipartimento di funzione pubblica, eventualmente in raccordo con altri enti o soggetti pubblici, di un organismo centrale (…) con il compito di validare i sistemi di valutazione adottati dalle singoli amministrazioni centrali, indirizzare, coordinare e sovraintendere all’esercizio delle funzioni di valutazione, nonché di informare annualmente il ministro per l’Attuazione del programma sull’attività svolta”.
“La centrale di controllo anti-fannulloni - precisa il quotidiano diretto da Antonio Polito - era praticamente a costo zero. Tanto che - si leggeva poche righe più sotto - “i componenti del predetto organismo, scelti tra persone di elevata professionalità, anche estranee all’amministrazione, prestano la loro collaborazione a titolo gratuito”. Fin qui una pagina di bella politica: una norma anti-fannulloni che si fonda su un organismo di controllo che non costa nulla”.
“Il problema - rivela ‘il Riformista’ - è che, nell’accordo trovato in commissione Affari costituzionali del Senato, il punto d dell’articolo 3 è stato inghiottito dal nulla. E la famosa “collaborazione” a titolo gratuito dei componenti dell’organismo antifannulloni è svanita. Il testo licenziato dalla commissione prevede “nell’ambito del riordino dell’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni), l’istituzione (…) di un organismo centrale che opera in collaborazione con il Ministero del’Economia e il Dipartimento della funzione pubblica con il compito di indirizzare, coordinare e sovraintendere all’esercizio indipendente dalle funzioni di valutazione, di garantire la trasparenza dei sistemi (…), di assicurare la comparabilità e la visibilità degli indici di andamento gestionale”.
“Le mansioni dell’organismo - spiega il quotidiano - sono praticamente le stesse del ddl originale. L’unica differenza con il testo approvato dalla commissione è che la centrale anti-fannulloni non è più gratis. I componenti, “di numero non superiore a cinque”, sono pagati. Eccome. (…) Il costo complessivo dell’operazione può arrivare a quattro milioni di euro. Otto miliardi del vecchio conio”.
“Ce n’è per tutti - denuncia il giornale - Un milioni e mezzo di euro (onere massimo previsto) “per compensi, comprensivi degli oneri riflessi, spettanti ai componenti dell’Agenzia, da fissare con decreto del Ministero per la pubblica amministrazione di concerto col Ministero dell’economia. Mezzo milione “per l’affidamento di consulenze e incarichi di collaborazione”. Settecentomila euro “per la stipula di convenzioni con enti e università”. Altri cinquecentomila “per il funzionamento e spese connesse alla segreteria tecnica”. E ancora: quattrocentomila euro “per l’acquisto e la manutenzione di beni strumentali e per gli oneri di funzionamento della struttura” e un altro assegno da quattrocentomila “per le spese concernenti all’affitto della sede ed eventuali oneri connessi”. Totale: quattro milioni”.
 quinews

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