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Ergastolo per il boia dei desaparecidos – condannato Astiz

pubblicato il 27.02.09
Ergastolo per il boia dei desaparecidos - La giustizia italiana condanna
Astiz ·
La cassazione ha confermato il carcere a vita per l’ufficiale della marina
argentina
durante la dittatura partecipava ai voli della morte vantandosi delle azioni
compiute
Ergastolo per il boia dei desaparecidos - La giustizia italiana condanna
Astiz
L‘“angelo biondo della morte” torturò e uccise tre italo-argentini di origini
calabresi
di ANNA MARIA DE LUCA

italia 27/02/2009

Ergastolo per il boia dei desaparecidos La giustizia italiana condanna Astiz

ROMA - Ergastolo per Alfredo Ignacio Astiz, l’ex intoccabile tenente della
Marina argentina responsabile del sequestro, della tortura, della detenzione e
dell’uccisione di Angela Maria Aieta, Susanna e Giovanni Pegoraro.

La prima sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, ha confermato
stasera la condanna emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma che il 24
aprile 2008 ha deciso l’ergastolo non solo per Astiz ma anche per altri quattro
gerarchi argentini: Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raúl
Vildoza, Antonio Vañek e Héctor Antonio Febres. Erano responsabili dell’Esma,
la Scuola superiore di meccanica trasformata dalla dittatura nel più grande
centro di detenzione clandestina di Buenos Aires. Si chiude così, oggi il primo
storico processo aperto in Italia per restituire giustizia, dopo trent’anni, a
tre desaparecidos italiani, uccisi dal regime instauratosi con il golpe
militare del 24 marzo del 1976.

Susanna, originaria del Veneto, era una bellissima ragazza di soli 22 anni.
Era incinta quando i militari la sequestrarono, il 18 giugno 1977. La portarono
via con la forza mentre, insieme a suo padre, beveva un caffè in un bar di
Buenos Aires. Giovanni Pegoraro cercò di segnare su un foglio la targa
dell’auto che stava portando via la figlia. E per questo rapirono anche lui.
Furono portati nell’Esma. Susanna, in quel posto infernale, partorì una bambina
e poco dopo fu uccisa, come suo padre.

Angela Maria Aieta, emigrata dalla provincia di Cosenza, fu sequestrata
clandestinamente dai militari nella sua casa di Buenos Aires il 5 agosto 1976
perché madre di uno dei capi dell’opposizione alla dittatura, Dante Gullo (ora
deputato), detenuto, senza mai un processo, per ben otto anni e otto mesi, dal
1975 fino al ritorno della democrazia. Anche lei fu portata all’Esma e
torturata per mesi. “Quando la riportavano dalla sala delle torture - ha
testimoniato Ebe Lorenzo, ex sequestrata - la rimettevano per terra a fianco a
me, legata e bendata. Ma lei invece di lamentarsi mi rincuorava: ‘Coraggio,
siamo ancora vive’”. Grazie al suo silenzio ha salvato la vita a molte persone.
Fu gettata viva da un aereo in uno dei voli della morte. Lo scorso anno la
città di Buenos Aires le ha dedicato una piazza e il suo paese natale,
Fuscaldo, le ha intitolato simbolicamente una scuola elementare.

La madre di Susanna Pegoraro, dopo molti anni, è riuscita a ritrovare la
nipotina. Era stata destinata ad una coppia di sostenitori del regime. Ma per
molti la tragedia continua: sono tanti i trentenni figli di desaparecidos che
ancora oggi vivono, ignari, nella menzogna e chiamano “papà” e “mamma” perfetti
estranei. Nell’Esma c’era infatti un reparto per le partorienti: le donne
venivano tenute in vita fino al parto, legate e con i fucili puntati. Subito
dopo i bambini venivano presi dai militari e allevati, venduti o dati in
affidamento. L’unica cosa rimasta loro è il patrimonio cromosomico e per
questo, le Nonne de Plaza de Mayo - nonne in cerca dei nipoti - hanno
organizzato una banca del Dna. Ma trovare il coraggio di andarci vuol dire
sconvolgere la propria vita e non tutti sono disposti a farlo.

I responsabili di questa tragedia senza fine hanno godute di amnistie su
amnistie da parte dei governi argentini e molti di loro girano ancora liberi e
ricchi per le strade di Buenos Aires. Il processo che si è chiuso stasera ha
preso il via l’8 giugno 2006 davanti alla Seconda Corte d’Assise di Roma.
Udienza dopo udienza, sono arrivati a Roma da ogni parte del mondo diversi ex
compagni di prigionia delle tre vittime. Si sono incontrati per la prima volta,
dopo la liberazione riaprendo ferite mai sopite per mantenere fede alla
promessa fatta in prigionia - chi sopravviverà lotterà per gli altri - e
contribuire a scrivere la parola giustizia sulla memoria di Angela Maria,
Susanna e Giovanni. Hanno raccontato davanti ai giudici e alle telecamere una
galleria di orrori e di violenze subite di difficilmente descrivibili.

Oltre ai sequestrati, hanno testimoniato quattro grandi voci: la bandiera
della battaglia per i figli dei desaparecidos in Argentina: Estela Carlotto,
presidente delle Nonne di Plaza de Mayo; il giornalista Rai Italo Moretti,
allora inviato in America latina; Enrico Calamai, lo “Schindler” argentino che
mise in salvo centinaia di oppositori politici del regime; il giornalista
argentino Orazio Verbitsky (della giunta direttiva di Human Rights
Watch/Americas) che con un’agenzia clandestina ha più volte denunciato, durante
il golpe, le atrocità del regime militare e, negli anni successivi, i silenzi
di chi li ha coperti.

(26 febbraio 2009) Tutti gli articoli di esteri
 http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/esteri/processo-massera/ergastolo

FERMIAMO IL MASSACRO A GAZA

Non sappiamo se ad oggi sono ormai un migliaio le vittime di questo ennesimo attacco di Israele alla popolazione palestinese, sappiamo però che la grande maggioranza sono civili, metà sono donne e centinaia i bambini ammazzati; sappiamo che i feriti sono quasi quattromila e di questi molti hanno il destino segnato a causa dell’impossibilità di assistenza sanitaria tempestiva ed adeguata, vietata da Israele, ed andranno ad infoltire questa impietosa statistica di guerra fatta di morti, mutilati e profughi.

Già questo dovrebbe essere un buon motivo per manifestare, per chiedere che questo massacro finisca, che cessino i bombardamenti, l’utilizzo del fosforo bianco e delle bombe DIMA radioattive.

Eppure c’è chi di fronte ad una tragedia umanitaria soffia sul fuoco, mentendo se non capovolgendo la realta confermando come “la prima vittima della guerra sia la verità”.

Da una parte la quinta potenza bellica, lo stato di Israele, dall’altra un popolo depredato con fazioni armate, divise fra loro, dotate di armamentari obsoleti.

Da una parte quasi mille morti, dall’altra poche decine. Da una parte un popolo che vive in “prigioni a cielo aperto” come dichiarito recentemente anche da esponenti della chiesa cattolica, dall’altra uno stato fondato su di una fede, su un programma di colonialismo, di segregazione ed occupazione delle terre attraverso una vera e propria politica mercenaria dei coloni, pagati per essere trapiantati in terre e case abitate prima da altri.

Così come in Israele ci sono isareliani che lottano congiuntamente con comitati palestinesi in modo pacifico da anni conbtroi il muro dell’apartheid e in tutto il mondo ci sono ebrei che hanno manifestato dissenso verso questo attacco.

Tutto questo è taciuto dai media (giornali e TV) e deve essere rimesso al centro dell’informazione, deve trovare ascolto presso tutti ed è per questo che siamo oggi in questa piazza: il nostro manifesto non lancia formule da bingo “uno stato due popoli, due stati due popoli”, non usa accessori dialettici “democrazia, autodifesa, valori occidentali” per coprire l’integralismo, la prevaricazione, la discriminazione indipendentemente da quale parte provenga.

Il nostro manifesto parla senza mezzi termini di fine della guerra, di pace fra popoli, ed è per questo che vogliamo che a parlare siano i fatti, i dati, le notizie e non le religioni ed i nazionalismi che sono tra le cause del conflitto arabo-israeliano e non posso certe essere la soluzione.

Vogliamo comunicare, raccontare, mostrare cosa sta succedendo e perché succede rimettendo al centro la parola per zittire le armi, vogliamo manifestare perché non ci siano più morti e feriti, palestinesi e israeliani, a scandire le pagine buie di un mondo dove le guerre imperversano, i profughi sono milioni e l’insicurezza e la paura sono alimentate dai poteri politici ed economici per tenere sotto ricatto le genti in un occidente che pare dimenticare i propri “veri” valori a cui noi ci rifacciamo che sono la solidarietà, l’emancipazione e la libertà.

 

TERRA E LIBERTAPER TUTTIPOPOLI

 

COORDINAMENTOPACE PER GAZA

Iniziatriva Libertaria PN - USI/AIT PN - Rdb-CUB PNCOBAS PN – Comitato Vialebombe – Comitato Unitario contro Aviano 2000 – Associazione Immigrati – Pnogloabl – Circolo Libertario E. Zapata - Circolo ARCI “Tina Merlin” Montereale Valcellina

Giochi di Guerra ad Aviano, sognando l’Africa

di Antonio Mazzeo

 

 

 

Ci vuole fantasia a simulare un’operazione di guerra in Africa utilizzando uno scenario nel nord-est d’Italia, proprio adesso che ghiaccio e neve la fanno da padroni. Ma il Pentagono vuole completare prima possibile il dispositivo per intervenire “efficacemente” nel continente africano, così anche la base aerea di Aviano, Pordenone, va bene per un’esercitazione militare di pronto intervento. Il nome in codice è “Lion Focus 2009”, e prevede il dispiegamento e attivazione di un centro di comando e controllo per sovrintendere al pronto intervento in Africa di personale e mezzi delle forze terrestri statunitensi.

A quest’esercitazione, predisposta dal nuovo Comando per le operazioni USA in Africa, AFRICOM, partecipano circa 360 militari dell’Aeronautica, dell’Esercito, della Marina e del Corpo dei Marines, impegnati nella pianificazione strategica e il coordinamento di unità presenti in località differenti d’Italia e Stati Uniti d’America. Il tutto è diretto dal Comando SETAF (Southern European Task Force) di Vicenza, da due mesi a questa parte rinominato “SETAF/US Army Africa”, per assumere la conduzione delle operazioni dell’Esercito USA nel continente africano.

La SETAF ha inviato ad Aviano un contingente di 40 specialisti nel settore delle telecomunicazioni, per montare un vero e proprio accampamento con shelter, centri di controllo e apparecchiature radio. Altra località utilizzata per l’esercitazione “Lion Focus 2009” è la base di Longare, sino a qualche anno fa un deposito di armi nucleari tattiche dell’US Army e dove, secondo gli attivisti no-war del Presidio Permanente di Vicenza, sarebbero stati avviati imponenti lavori sotterranei top secret.

Lo scalo aereo di Aviano – una delle principali basi nucleari in Europa dell’US Air Force – entra dunque a far parte del “club” delle basi USA in Italia destinate al comando e al supporto delle missioni AFRICOM. Ad Aviano e Vicenza si aggiungono infatti la stazione aeronavale di Sigonella (Sicilia), vero e proprio “hub per le operazioni di rifornimento e carico dei velivoli diretti verso il continente africano; la base di Camp Darby (Livorno), che assicurerà la movimentazione di uomini, mezzi e armamenti dell’US Army; e il complesso navale di Napoli-Capodichino-Gaeta, sede del Comando per le Forze Navali USA in Europa e della VI Flotta, a cui sono state pure attribuite le funzioni di comando della neo costituita “US Naval Forces Africa”. Secondo indiscrezioni trapelate al Pentagono, la stessa città di Napoli è tra le candidate più accreditate ad ospitare entro un paio di anni il quartier generale di AFRICOM, oggi a Stoccarda (Germania), per avvicinarlo il più possibile all’area geografica d’intervento.

Le attività allo US Naval Forces Africa sono frenetiche, anche perché a fine gennaio sarà dato il via nelle acque occidentali del continente alla prima missione 2009 “APS” (Africa Partnership Station), l’iniziativa della Marina Militare statunitense finalizzata – secondo quanto si legge nei comunicati degli strateghi di Washington - all’“addestramento delle flotte navali africane nella lotta contro i problemi che interessano la regione, come il contrabbando di droga, la pirateria, le attività di pesca non regolari, l’immigrazione illegale e il traffico di persone”.

Ma anche nel resto d’Europa si moltiplicano le installazioni riconvertite ai nuovi piani di penetrazione militare USA in Africa. In Germania, oltre al Comando generale di Stoccarda, sono presenti lo scalo aereo di Ramstein, predisposto per ospitare le forze aeree di “AFAFRICA” (le stesse che è facile prevedere opereranno pure da Aviano), e Boeblingen, sede del comando delle forze del Corpo dei Marines per il continente africano (MARFORAF).

Un ruolo chiave è stato pure ritagliato per il complesso aeronavale di Rota-Cadice, Spagna, altra possibile destinazione finale del quartier generale di AFRICOM. A conferma di quelle che sono le reali intenzioni di Washington nel continente nero, all’inizio del nuovo anno, la base di Rota è stata prescelta come “area primaria” ove trasferire il personale militare “liberato dopo essere stato tenuto come prigioniero di guerra o come ostaggio nel corso di una missione in Africa”. Secondo quanto dichiarato dall’US Africa Command, “Rota è stata individuata come località di ricovero, trattamento medico-psicologico e riabilitazione per la prossimità della Spagna all’Africa, e inoltre perché lo scalo aereo dell’installazione e l’ospedale militare distano tra loro solo meno di un miglio”.

Nella base aerea britannica di Molesworth è stato invece installato iI centro d’intelligence d’eccellenza del Comando USA per l’Africa. A questo fine, la scorsa settimana un reparto di 150 militari è stato trasferito da Stoccarda a Molesworth. Altri 150 dipendenti civili del Dipartimento della Difesa raggiungeranno la base britannica nei prossimi mesi. Secondo quanto preannunciato da Vince Crawley, portavoce di AFRICOM, la nuova stazione d’intelligence “scambierà informazioni con il NATO Intelligence Fusion Center e l’US European Command’s Joint Analysis Center, ospitati entrambi a Molesworth”.

Per la pace in Medio Oriente

Appello a tutte le donne e uomini di buona volontà

 

Fermare la guerra a Gaza non è un obiettivo impossibile.

 

Sabato 17 gennaio 2009

ore 10.00

Incontriamoci ad Assisi

per la pace in Medio Oriente

in nome dei diritti umani e della legalità internazionale, gridiamo insieme:

 
“Fermatevi! Fermiamola!”

 

Quanti bambini, quante donne, quanti innocenti dovranno essere ancora uccisi prima che qualcuno decida di intervenire e di fermare questo massacro? Quanti morti ci dovranno essere ancora prima che qualcuno abbia il coraggio di dire basta?

 

La guerra deve essere fermata ora. Non c’è più tempo per la vecchia politica, per la retorica, per gli appelli vuoti e inconcludenti. E’ venuto il tempo di un impegno forte, autorevole e coraggioso dell’Italia, della comunità internazionale  e di tutti i costruttori di pace per mettere definitivamente fine a questa e a tutte le altre guerre del Medio Oriente. Senza dimenticare il resto del mondo.

 

Giovani, donne, uomini, gruppi, associazioni, sindacati, enti locali, media, scuole, parrocchie, chiese, forze politiche: “a ciascuno di fare qualcosa!“

 

“Non ci sarà pace nel mondo finchè non regnerà in quelle terre piena pace. E tutti gli sforzi di pace in quelle terre avranno una ripercussione straordinaria sul pianeta intero.” Card. Carlo Maria Martini

 

I promotori dell’Appello “Dobbiamo fare la nostra scelta”

Tavola della Pace, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani, Acli, Agesci, Arci, Articolo 21, Cgil, Pax Christi, Libera - Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, Legambiente, Associazione delle Ong italiane, Beati i Costruttori di pace, Emmaus Italia, CNCA, Gruppo Abele, Cipsi, Banca Etica, Volontari nel Mondo Focsiv, Centro per la pace Forlì/Cesena, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (prime adesioni)

 

Perugia, 7 gennaio 2009

 

Per adesioni e informazioni:

Tavola della Pace, via della viola 1 (06100) Perugia Tel. 075/5736890 - fax 075/5739337 - e mail: segreteria@perlapace.it - www.perlapace.it

 

Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani,

via della Viola 1 (06100) Perugia - tel. 075/5722479 - fax 075/5721234

email: info@entilocalipace.itwww.entilocalipace.it

Vogliono uccidere Vittorio Arrigoni!

Lettera di Mustafa Barguti

Ramallah, 27 dicembre 2008.

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di
concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la
differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i
bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?
Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala
operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama,
quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un
attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro
razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato
naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e
d’altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che
chiacchierano di Palestina, qui all’angolo della strada, sono per le
leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale,
una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come
entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?
Se l’obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate
a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei
caccia tornate poi a strangolare l’esercizio della democrazia - ma quale
altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.
Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma
tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a
questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e
contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il
coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l’altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili
stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per
assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la
racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi
processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui
parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati
dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai
dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l’ennesima arma di distrazione
di massa per l’opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a
noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in
cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa
minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i
civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un
crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un
processo di pace, mentre l’unica mappa che procede sono qui intanto le
terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti
allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La
fine dell’occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti
gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione?
Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall’altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui
vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l’indifferenza.
Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine,
verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a
vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei,
americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità
egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? -
siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e
parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell’aria, come
sugheri sull’acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti,
vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori,
rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi,
domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse?
delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la
generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia -
sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni
volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori -
no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele
passo a passo per sessant’anni, fino a sfigurarlo nel paese più
pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un
ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita,
oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita
tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull’ultima
razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine
gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l’esatto opposto,
sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah
chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l’altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero
unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna
autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo
apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane,
tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni
delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico
formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l’ennesimo
collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio,
il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un
altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Mustafa Barghouthi con Francesca Borri

Appello dall’ARCI

Basta alla violenza in Palestina!

 

 

“Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento,

ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo.

Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario,

ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare, il coraggio di disertare –

non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altra Palestina, terza e diversa,

mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas.

Non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altro Israele, terzo e diverso,

mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.”

 

Lettera da Ramallah di Mustafah Barghouti

LA MARINA ISRAELIANA SPERONA IN ACQUE INTERNAZIONALI LA NAVE UMANITARIA DIGNITY

DIRETTA A GAZA CON UN CARICO DI MEDICINALI E OPERATORI UMANITARI.

 

La Dignity, la nave in missione umanitaria verso Gaza assediata, è stata attaccata dalla Marina Israeliana in acque internazionali.

La Dignity è stata circondata da almeno una mezza dozzina di navi da guerra israeliane. Le navi hanno aperto il fuoco intorno alla DIgnity, e una di esse ha speronato l’imbarcazione civile causando danni e aprendo una falla.

Contravvenendo alla legge marittima internazionale, gli israeliani hanno impedito alla Dignity di attraccare a Gaza o di trovare rifugio sicuro in Egitto o in Libano. Al contrario, la marina israeliana ha chiesto che la Dignity tornasse a Cipro da dove era partita, nonostante l’imbarcazione non avesse abbastanza carburante per farlo.

Fortunatamente, nessuno dell’equipaggio è stato ferito seriamente. A bordo ci sono 15 passeggeri civili di 11 paesi diversi, tra cui una parlamentare cipriota, giornalisti della CNN e di Al Jazeera, una ex deputata del Congresso Usa, medici e attivisti dei diritti umani.

A quanto si sa in questo momento, la nave che imbarca acqua sta navigando verso il Libano.

La nave Dignity opera per la campagna internazionale Free Gaza, e da mesi fa la spola con il porto di Gaza rompendo l’assedio e portando aiuti umanitari per la popolazione civile. Questa volta il suo carico era composto da una tonnellata di medicinali destinati agli ospedali.

 

Amnesty International chiede protezione per i civili a Gaza e nel sud d’Israele

CS166: 29/12/2008

Amnesty International ha chiesto alle forze israeliane e ai gruppi armati palestinesi di porre immediatamente fine agli attacchi illegali contro Gaza e il sud d’Israele, che a partire da sabato 27 dicembre hanno causato la morte di almeno 280 civili palestinesi e di due civili israeliani.

I bombardamenti sulla Striscia di Gaza hanno provocato il più alto numero di morti e feriti mai registrato in quattro decenni di occupazione israeliana: tra le vittime palestinesi vi sono decine di civili non armati e di poliziotti che non stavano prendendo parte alle ostilità.

L’uso sproporzionato della forza da parte di Israele è illegale e rischia di provocare ulteriore violenza in tutta la regione” - ha dichiarato Amnesty International. “L’escalation di violenza è arrivata in un momento in cui la popolazione di Gaza già era impegnata in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, a causa del blocco israeliano che impedisce l’ingresso anche di viveri e medicinali”.

Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi condividono la responsabilità per l’escalation. I continui lanci di razzi sulle città e i villaggi israeliani sono illegali e non possono essere giustificati in alcun modo” - ha proseguito Amnesty International, che ha sollecitato la comunità internazionale a intervenire senza indugio per garantire che i civili intrappolati nella violenza siano protetti e che il blocco di Gaza sia rimosso.

L’ultimo pesante attacco ha portato a 650 il numero dei palestinesi uccisi quest’anno dalle forze israeliane: almeno un terzo delle vittime, tra cui 70 bambini, erano civili. Nello stesso periodo, i gruppi armati palestinesi hanno ucciso 25 israeliani, 16 dei quali civili, tra cui quattro bambini. Negli ultimi otto anni la violenza israelo-palestinese ha causato la morte di circa 5000 palestinesi e 1100 israeliani. La maggior parte delle vittime da entrambi i lati erano civili e tra esse figurano circa 900 bambini palestinesi e 120 bambini israeliani.

Nelle ultime settimane le agenzie delle Nazioni Unite, che provvedono all’80 per cento del fabbisogno alimentare di un milione e mezzo di abitanti, hanno ripetutamente protestato contro il rifiuto israeliano di consentire l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza.

Il blocco israeliano ha fatto sì che la tregua di cinque mesi e mezzo tra Israele, Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi migliorasse di poco o niente la vita della popolazione di Gaza. La tregua è di fatto cessata il 4 novembre, quando le forze israeliane hanno ucciso sei militanti palestinesi e una scarica di razzi palestinesi ha colpito le città e i villaggi del sud d’Israele.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 29 dicembre 2008

FERMARE IL MASSACROGAZA.

 

Continuano i bombardamenti su una popolazione assediata da due anni e assiepata nella striscia di Gaza. Israele prepara l’invasione da terra.

L’obiettivo dichiarato del Governo Israeliano è Hamas. Le vittime reali sono uomini e donne che non possono neppure scappare.

L’attacco di questi giorni non ha fermato i lanci di razzi contro il sud di Israele, e mette semmai maggiormente in pericolo le città del sud.

L’assedio di Gaza dura da due anni interi.

Tutte le leggi internazionali sono state violate da Israele in questi anni, senza che ne pagasse alcun prezzo.

E’ una solidarietà sbagliata e controproducente per lo stesso popolo israeliano e per la stabilità di tutto il mondo.

In nome della difesa di città assediate la comunità occidentale ha fatto la guerra, nel decennio passato. Ora tace.

Neppure il massacro di queste ore smuove la comunità internazionale

Cessare il fuoco subito e fermare l’invasione non può essere un invito.

Deve essere un ordine delle Nazioni Unite.

Deve essere imposta la fine dell’assedio, la fine dei preparativi dell’invasione e la riapertura della striscia.

Devono essere imposti tempi, contenuti, modalità di un negoziato su basi eque e fondato sul diritto internazionale.

La comunità internazionale perde la sua dignità ogni volta che un civile perde la vita, in queste ore.

 

Video del massacro a Gaza:  http://it.youtube.com/watch?v=wlvZ3uz9bWM

Palestina viaggio nei territori occupati: politica, attualità e speranza

Giovani Comuniste/i – Federazione di Pordenone

Circolo Rifondazione Comunista S.E. di Montereale Valcellina

 

Vi invitano:

 

Sabato 15 novembre ore 18:00

presso la Sala “Menocchio”

 via Ciotti 1 – Montereale Valcellina (PN)

 

 

PALESTINA

VIAGGIO NEI TERRITORI OCCUPATI:

Politica, attualità e speranza.

 

Il racconto e le immagini dell’esperienza di due giovani ragazzi che, in segno di solidarietà e speranza nel percorso verso la pace tra Palestina ed Israele, intraprendono un viaggio nei territori occupati per avviare due progetti di educazione nelle scuole.

 

 Intervengono:

 

Paolo Pantaleoni presidente dell’associazione A La Calle!

 Sara Visintin associazione A La Calle! Bologna

 

 

 Saranno disponibili al prezzo di 10 euro le magliette de “A la Calle! Rimini” per finanziare il progetto in Palestina.

 

Aderiscono all’iniziativa: Circolo ARCI “Tina Merlin”, Ass. Naz. Italia-Cuba Circolo “Gino Donè” PN e Circolo di Legambiente “Prealpi Carniche.

4 novembre: lutto nazionale

90 anni fa a Villa Giusti l’Austria si arrendeva all’Italia. Era la vittoria! La prima guerra mondiale per l’Italia era finita!

Una guerra non voluta dai lavoratori e imposta con la forza dallo stato italiano.

Chi si ricorda in questi giorni che nel 1915 a Milano, Roma, Torino e altre località ci furono manifestazioni di massa contro la guerra? Che a Torino 100mila operai in sciopero si scontrarono con la polizia e le truppe in una lotta durata due giorni?

Era chiaro che i lavoratori non volevano essere carne da cannone, non intendevano pagare i costi di una guerra imposta dalla borghesia, dagli industriali, dalle alte gerarchie dell’esercito.

Eppure chi dirà in questi giorni che durante la guerra ci furono un milione di processi per diserzione, efferate decimazioni nei battaglioni, 4mila arresti per manifestazioni contro la guerra?
Che a Torino nel 1917 il popolo insorse ancora per 7 giorni contro l’aumento dei prezzi e per il pane e per la pace?

In questi giorni si festeggia ipocritamente la ‘vittoria’: una vittoria pagata con 680.000 morti, due milioni tra feriti, mutilati e prigionieri, tutti lavoratori mandati al macello contro altri lavoratori di altri paesi; alla fine il totale sarà di 15 milioni di lavoratori uccisi. Proletari a cui avevano detto di combattere per le loro patrie: e così furono ingannati. Il vero nemico marciava invece alla loro testa, pianificava il massacro alle loro spalle nei quartieri generali delle retrovie.

In questi giorni lo stato italiano festeggia quella tragedia con discorsi, commemorazioni, parate militari, visite ai cimiteri di guerra, elogi al valore dei soldati italiani morti per la patria., lezioni specifiche nelle scuole, esposizione per decreto del ministro La Russa della bandiera italiana che poi negli uffici pubblici è sempre esposta! Paragona il 4 novembre, al 25 aprile e al 2 giugno!

Le parole commosse e l’esaltazione dell’eroismo da parte di uomini di governo e militari non ci devono ingannare: la patria ed il nazionalismo sono invenzioni per mettere i lavoratori di tutto il mondo gli uni contro gli altri, per poter disporre di un esercito che controlli il territorio, che difenda gli interessi economici dell’imperialismo ovunque oggi la guerra impone la distruzione, in Iraq come in Afghanistan, nel Caucaso come nel Tibet, in Africa come in Libano e Palestina, producendo milioni di profughi, miseria e macerie, disoccupazione ed emigrazione.

90 anni dopo, il 4 novembre sia giornata per il ripudio della guerra, per la diffusione dell’antimilitarismo e della non violenza tra i popoli, per il cessate il fuoco e la smilitarizzazione di tutte le zone di guerra, per il ritiro dell’esercito italiano e di tutti gli eserciti dalle finte operazioni di pace.

4 Novembre 2008, bandiere a mezz’asta, piangiamo i martiri della barbarie del capitalismo, del nazionalismo e del militarismo. Pace e solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo, lotta internazionale allo sfruttamento ed alla povertà.

Andrea

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