L’ideologia del Libero Mercato è Ben Lontana dall”essere Finita

di Naomi Klein
Dal “The Guardian” del 19 settembre 2008
Qualunque sia il significato degli eventi di queste settimane, nessuno dovrebbe credere alle esagerate affermazioni che vedono nella crisi del mercato il segnale della morte dell’ideologia del “libero mercato”. L’ideologia del libero mercato è sempre stata asservita agli interessi del capitale, e la sua presenza va e viene in relazione alla sua utilità a quegli interessi.
Durante periodi di boom, è produttivo predicare il laissez faire, in quanto un governo assente permette alle bolle speculative di espandersi. Quando quelle bolle scoppiano, l’ideologia diviene un impedimento, e diviene inattiva mentre il governo forte corre al salvataggio. Ma una cosa è certa: l’ideologia tormerà prepotentemente indietro una volta che il salvataggio sarà avvenuto. L’enorme cumulo di debiti che il pubblico sta accumulando per andare in aiuto degli speculatori diverrà allora parte di una crisi globale del budget che a sua volta diverrà il razionale per forti tagli ai programmi sociali e per una nuova spinta alla privatizzazione di quello che rimane del settore pubblico. Ci verrà anche detto che le nostre speranze per un futuro più verde sono, purtroppo, troppo costose.
Quello che non sappiamo è come il pubblico risponderà. Considerate che in Nord America tutti coloro al di sotto dei 40 anni sono cresciuti ascoltando discorsi sull’impossibilità per il governo di intervenire per migliorare le loro vite, che il governo è il problema e non la soluzione, che il laissez faire era l’unica opzione. Ora improvvisamente vediamo un governo estremamente attivo, intensamente intervenzionista, apparentemente disposto a fare tutto quello che serve per salvare gli investitori da sé stessi.
Questo spettacolo fa necessariamente sorgere una domanda: se lo stato può intervenire per salvare le corporazioni che hanno deciso di corrrere rischi sconsiderati nel mercato immobiliare, perché non può intervenire per prevenire milioni di americani dagli imminenti pignoramenti? E per lo stesso motivo, se 85 miliardi di dollari possono essere resi immediatamente disponibili per comprare il gigante delle assicurazioni AIG, perché allora un servizio sanitario pubblico – che proteggerebbe gli americani dalle pratiche predatorie delle companie di assicurazione sanitaria - è apparentemente un sogno così irragiungibie? E se sempre più corporazioni hanno bisogno di fondi dei contribuenti per rimanere a galla, perché i contribuenti non possono avanzare pretese in cambio – come ad esempio tetti sulle paghe dei quadri dirigenti e garanzie contro ulteriori tagli all’occupazione?
Ora che è chiaro che i governi possono intervenire in momenti di crisi, sarà molto più difficile per loro avanzare pretese di impotenza in futuro. Un altro potenziale cambiamento ha a che vedere con le speranze del mercato di future privatizzazioni. Per anni, le banche di investimento globale hanno effettuato attività di lobbying nei confronti dei politici per due nuovi mercati: uno che deriverebbe dalla privatizzazione delle pensioni pubbliche e l’altro che deriverebbe da una nuova ondata di privatizzazione o parziale privatizzazione di strade, ponti e acqua. Entrambi questi sogni sono appena divenuti molto più duri da vendere: gli americani non sono in vena di affidare altri dei loro beni collettivi agli sconsiderati giocatori d’azzardo di Wall Street, specialmente in quanto sembra più che probabile che i contribuenti dovranno pagare per riacquistare i loro beni pubblici la prossima volta che la bolla esplode.
Con le trattative del World Trade Organization su un binario morto, questa crisi potrebbe anche fungere da catalizzatore per un approccio radicalmente alternativo a come sono attualmente regolati i mercati mondiali e i sistemi finanziari. Stiamo già assistendo ad uno spostamento verso la ‘sovranità alimentare’ nei paesi in via di sviluppo, piuttosto che lasciare l’accesso al cibo ai capricci dei mercato di prodotti alimentari. Il momento può essere finalmente arrivato per ideali quali la tassazione del commercio, che farebbe rallentare gli investimenti speculativi, così come per altre modalità di controllo del capitale globale.
Ed ora che nazionalizzare non è più una parolaccia, le compagnie di petrolio e gas dovrebbero fare attenzione: qualcuno dovrà pagare per lo spostamento verso un futuro più verde, e ha più senso che il grosso dei fondi provenga dal settore produttivo che è maggiormente responsabile per la crisi climatica. Certamente ha più senso che non la creazione di un’altra pericolosa bolla nel sistema di scambio di quote di emissione di gas serra.
Ma la crisi a cui stiamo assistendo richiede cambiamenti più profondi di questi. La ragione per cui questi prestiti-spazzatura sono stati lasciati proliferare non va ricondotta solamente al mancata valutazione dei rischi da parte dei regolatori. E’ perché abbiamo un sistema economico che misura la nostra salute collettiva basandosi esclusivamente sulla crescita del Prodotto Interno Lordo. Fino a quando i prestiti-spazzatura incrementavano la crescita economica, i nostri governi davano loro pieno appoggio. Perciò quello che è veramente messo in discussione dalla crisi è l’indiscutibile impegno alla crescita ad ogni costo. Questa crisi dovrebbe portare verso un modo radicalmente diverso, per le nostre società, di misurare la salute e il progresso.
Nulla di tutto questo, tuttavia, accadrà senza un’enorme pressione pubblica sui politici in questo momento chiave. E non attraverso un lobbying educato, ma solamente con un ritorno nelle piazze e al tipo di azione diretta che ha caratterizzato il New Deal negli anni ’30. Senza questo ci saranno solamente cambi superficiali e un ritorno, il più veloce possibile, al business as usual.
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