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Rosarno e dintorni

Fine del secolo XVIII, abolizione parziale della schiavitù in seguito alla guerra di secessione negli Stati Uniti, almeno di quella ufficiale. Nei secoli precedenti, milioni di persone africane, prevalentemente dell’area occidentale del continente ma non solo, erano state portate in catene nel nuovo continente. Buona parte di loro non sono mai arrivati a destinazione perché morti di stenti o naufragati durante il viaggio. La necessità di manovalanza gratuita da sfruttare nelle piantagioni del continente americano era onnivora e la nuova economia nascente in quel fine secolo ne divorava enormi quantità.
Poi, il continente africano subiva la colonizzazione, il “passaggio di proprietà” tra le popolazioni, tribù locali e i nuovi padroni: gli stati europei in cerca di ricchezze (ora si chiamano utilities) da prelevare gratuitamente (preferibilmente sfruttando la forza lavoro locale senza andare troppo per il sottile per riuscire a convincerla.. ) ed esportare nel mondo “civilizzato”.
In seguito alla fine della seconda guerra mondiale, che non aveva certo risparmiato grandi aree dell’Africa e dell’Asia, ha inizio la decolonizzazione. Non certo per buona volontà dei colonizzatori, quanto per le pressioni dei nuovi padroni del mondo e rispettare gli accordi che avevano consentito la loro entrata nella seconda guerra mondiale, che avevano già messo gli occhi sulle enormi ricchezze di quei Paesi (che prenderanno la definizione di Terzo Mondo).
Indipendenza, termine che aveva illuso e illuminato molti dei potenziali protagonisti di questa nuova era; illusione durata ben poco e immediatamente ridimensionata (salvo pochi casi) dall’eliminazione fisica dei principali possibili protagonisti della rinascita e dell’emancipazione di quei continenti.
Troppi gli appetiti legati allo sfruttamento delle risorse per lasciarne almeno parte a chi ne avrebbe avuto diritto di proprietà. La stessa suddivisione geografica dei nuovi Stati era stata studiata per  poter meglio divaricare le fratture di una società molto complessa e frammentaria.
Le nuove guerre cosiddette civili, organizzate e armate dall’occidente e dai suoi insaziabili interessi, i nuovi leaders locali, inevitabilmente militari spesso formati e sempre finanziati dagli stessi che si aggiudicano i contratti di sfruttamento delle materie prime.
Decine di milioni di morti nelle cosiddette guerre civili, territori devastati, popolazioni teoricamente in possesso di enormi ricchezze ridotte alla fame, alla morte per inedia, a causa di malattie che da noi si curano con una semplice pastiglietta.
Enormi aree che nel giro di pochi decenni si trasformano (mica per un processo automatico..) da zone fertili, basterebbe avere un minimo di disponibilità di attrezzature, in deserto improduttivo. Sfruttamento del terreno intensivo per estrarne le ricchezze che provoca la morte di ogni forma di vita e lascia dietro sé solo miseria e promesse di sviluppo mai mantenute.
Nel frattempo l’occidente conosce un periodo di sviluppo economico che illude le classi sociali meno abbienti di potere scalare la piramide del potere e richiama nuove forze lavoro, manovalanza, carne da macello da inserire nei settori non più appetibili dagli abitanti locali che a loro volta in un passato più recente avevano subito sulle loro spalle lo stesso fenomeno di sfruttamento da parte dei paesi economicamente più forti. Fenomeno che pare per o più rimosso.
Il sud dell’Italia in particolare, ma non solo, necessita di manovalanza di basso livello, da far lavorare molto e pagare poco. Regioni del nostro Paese governate non dal potere costituito, dallo Stato, ma da organizzazioni malavitose e potentissime che determinano vita (infame) e morte (non solo fisica) delle dinamiche di quel territorio.
Crisi economiche che stabiliscono chi ci guadagna (sempre in meno e sempre di più) e chi ci rimette e torna povero (sempre più numerosi e sempre con meno risorse).
Rosarno, Villa Linterno, Castelvolturno, nomi di località che periodicamente riempiono le notizie dei media e che si riempiono in maniera quasi stabile di migliaia di fantasmi che si riversano nei campi. Piegati in due per 10-12 ore e per guadagnare 20 euro al giorno. Lontani dai riflettori degli stessi media che non si occupano di loro se non quando, appunto periodicamente, qualcuno si prende la briga di darci una breve zoomata su quella tragica realtà.
Lontano anche dallo sguardo di chi in parte condivide la dura vita del sud dilaniato dal sottosviluppo e dal controllo capillare e spietato delle cosche. Chi si ribella paga anche con la vita, sia che abbia la pelle nera oppure chiara, sia che parli il dialetto del luogo o che si esprima in un italiano stentato e marcato dalle pronunce ereditate dalla sua lingua originale. Unica differenza tra gli uni e gli altri, il diverso livello di degrado che rimane però la costante che li accomuna.
Il lavoro, quello vero, completamente assente se non in alcuni fazzoletti in cui lo Stato ha investito molto e male, ma che concede almeno una speranza di sviluppo. Solo per poco tempo, perché chi ha beneficiato dei soldi pubblici deve seguire le regole del mercato, il nuovo dio. E allora anche lì tornano le ombre oscure della disoccupazione, dell’inevitabile necessità di riferirsi a chi può garantire un qualche possibilità di guadagno legale o meno che sia, di sopravvivenza. .
E con il lavoro se ne va la possibilità di crescita non solo economica, ma civile, culturale. L’altro diviene il nemico responsabile del degrado, della mancanza di lavoro. Poco conta se vive in mezzo ai topi senza nemmeno avere disponibilità di servizi di base come acqua, una doccia, un letto e un tetto. Oppressi contro schiavi, la lotta per la sopravvivenza e per garantire che le cose rimangano come sono.
Un Ministro che non trova nulla di meglio  che dire: “siamo stati troppo tolleranti”. Con chi, signor Ministro, siamo stati troppo tolleranti? Con chi cerca la vita e trova l’inferno? Con chi fino ad oggi è stato in silenzio a subire per avere in cambio un tozzo di pane? Con chi lascia il proprio Paese, la propria famiglia, il proprio passato per ridursi in schiavitù a procurarci i prodotti che devono mantenere un prezzo (al produttore) competitivo sul mercato definito da chi le mani non le sporca mai? Mercato che va ancora ad alimentare i poteri reali e malavitosi (vedi il caso di Fondi) che però vengono ignorati se non appoggiati da chi poi si dichiara troppo tollerante. Con chi, ce lo spiega per favore?
Oppure dovremmo esserlo con chi tuona sui giornali criminalizzando l’immigrazione per poi ignorare che quegli stessi immigrati sono coloro che ci garantiscono il tavolo imbandito al prezzo di ridursi nella condizione di schiavitù mai abolita di fatto? Oppure con chi sa benissimo che l’Italia non sarà mai un Paese decente se non estirpa quei fenomeni che governano di fatto il nostro meridione e che ormai hanno ammorbato il resto del Paese, ma non riesce a combattere questo cancro e anzi ne è colluso? Dovremmo esserlo con chi sacrifica alla logica del mercato le esistenze non solo di chi cerca da noi una vita dignitosa, ma le stesse vite chi ne subisce in modo non uguale ma parallelo le conseguenze nefaste?
No, noi non riusciamo a tollerare tutto ciò, sappiamo che ogni cambiamento dovrà ancora passare sulle nostre spalle, che ci costerà ancora tanta fatica, enormi sforzi, ma noi, lei e quelli come lei non siamo più disposti a tollerarli. Nemmeno tollereremo coloro che non trovano nulla di meglio da opporre alle sue ignoranti esternazioni che un tenue lamento, senza entrare nel merito della questione, ma sbolognando ogni responsabilità su una ignobile legge, la Bossi - Fini, dimenticando che quella precedente che ha spalancato le porte alla deriva portava il nome di Turco - Napolitano.
Ci sarebbe bisogno di un forte e radicale ripensamento, ma non se ne vede alba. Allora forse sarà  necessario di nuovo rimboccarsi le maniche, di riproporre una forte azione di riorganizzazione da parte della cosiddetta e a volte fantomatica “società civile”. Di ripensare ad azioni incisive, partendo dal livello politico, ma che implichino un impatto diretto sul territorio. Ripensiamo per esempio a quanto fatto nel passato (ormai, accidenti, troppo lontano), quando a Villa Linterno era stata organizzata dall’Arci un’assistenza reale e tangibile ai nuovi schiavi, sfidando i poteri forti e reali di quella zona.
C’è bisogno di un novo coraggio,di una nuova sfida e sarà meglio essere in molti, di metterci assieme, di trovare un punto di partenza, un coordinamento tra le forze che ci sono. Promotori di questa azione potrebbero, dovrebbero essere quelle associazioni più diffuse e radicate sul territorio (si ripete con una certa insistenza questo termine, forse perché determinante) che oltre a rappresentare un gran numero di persone, si possono proporre come migliore e più credibile controparte. Perché sono in grado di organizzarsi e organizzare come successo nel recente passato anche se in contesti diversi.
Perché possono mettere a disposizione una forza concreta e pratica che si può offrire anche come manovalanza (pure esperta) in azioni e progetti come quelli a cui si accennava in precedenza. Perché altrimenti saremo destinati a subire ancora senza essere in grado di replicare. Perché formate e rappresentanti della famosa società civile che conosce il territorio e può capire come meglio interagire senza creare scompensi , comprendere che la soluzione non è scegliere tra bianchi e neri le vittime, ma finalmente che entrambi subiscono le conseguenze di scelte scellerate, che solo assieme si può chiedere e trovare una soluzione umana e degna. Per evitare che le ragionevoli reazioni alle azioni violente contro i più sfigati diventino a loro volta veicolo di ulteriori sopraffazioni.
Gli uni devono conoscere ed abbracciare le ragioni degli altri, unirsi nelle rivendicazioni e cercare di capire che non fa differenza essere sfruttati dai simili oppure dai diversi. Le stesse vittime della reazione degli immigrati sono spesso a loro volta la parte più debole della società locale.
Noi siamo un piccolo circolo Arci, ma le nostre esperienze ci insegnano che per ottenere qualche risultato si deve essere coraggiosi, andare anche dove pare non ci si sia approdo, insistere opponendo alle critiche la forze delle nostre ragioni. Cercando anche con chi non approva le nostre scelte di confrontarci con il nostro lavoro.
C’è urgente necessità di passare ai fatti, di organizzarci tutti assieme patendo dalla consapevolezza che nessun soggetto politico è disposto a cercare un rimedio (me non per questo ripudiarlo a priori) ad una situazione che sta sfuggendo di mano e rischia di produrre danni ben maggiori di quanto, pur gravissimo, è già successo.
Controinformazione  resistente n° 2

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