Una storia d’accoglienza a Montereale Valcellina
| Scritto da sara rocutto | |
| lunedì 04 maggio 2009 | |
| Sabato 9 maggio il circolo Arci Tina Merlin di Montereale Valcellina festeggia. Festeggia e va avanti, perché la lotta non è ancora finita, ma intanto tira le fila degli ultimi otto mesi, guarda a quanto è successo e a quanto c’è ancora da fare. A Pasqua Hibrahima ha avuto notizia della sua vittoria: avrà il suo permesso di soggiorno, gli è stato riconosciuto lo status di richiedente asilo. Ed è stata gioia, telefonate di festa per tutta una comunità che negli ultimi mesi si è spesa in passione, lavoro e impegno per difendere un diritto negato. Ma adesso c’è da aspettare la sentenza per Nama, Drahmane e Mohamed. Ed è tutto più difficile. Perché mentre in Guinea Conackry, paese di Hibrahima, c’è stato il colpo di stato che in questi mesi ha rafforzato il valore della sua richiesta d’asilo, in Mali, paese degli altri tre ragazzi, la situazione è diversa e questo rende meno scontato l’esito del loro processo.Per questo ci si prepara al dopo, al ricorso in Cassazione se ce ne sarà bisogno. “Vogliamo andare fino in fondo” ha detto Fabio Passador, presidente del circolo.Così per sabato hanno organizzato un incontro: “Il diritto a migrare e il dovere all’accoglienza” dove, a partire dalle 17.00 a Palazzo Toffoli, parleranno tutti coloro che hanno preso parte a questa vicenda. Ci sarà don Di Piazza per la Rete dei diritti, Livia Cantatore che si occupa per l’Arci a livello nazionale di immigrazione, ci sarà Giovanni Iacono, l’avvocato che ha ricostruito le storie dei 4 ragazzi di Montereale e curato la parte legale, Ousmane Cisse dell’Associazione Dounya di Carpi che si è offerto di aiutare i ragazzi del Mali in questo percorso. E ci sarà la mostra fotografica “Un giorno da clandestino” di Gianni Borghi, perché la dove non arrivano le parole chissà che non ci riescano le immagini. Per finire una cena di autofinanziamento per sostenere il ricorso in Cassazione.
Carta ha già ospitato questa storia, ma ripeterla non farà certo male. Anche per capire cosa vuol dire essere arrivati a questo punto. E quando a novembre è stato loro consegnato il foglio di via, perché la loro domanda è risultata non essere accolta i soci dell’Arci non hanno potuto far altro che cercare di fare qualcosa. Così attraverso l’Arci Nazionale hanno contattato Giovanni Iacono, un avvocato di Monfalcone che si occupa di immigrazione, e il ricorso è cominciato. Assieme al ricorso è partita una catena di solidarietà per dare ai ragazzi alloggio, vitto, vestiti per tutto il tempo in cui l’amministrazione comunale pareva non disposta a proseguire l’ospitalità nei suoi alloggi. E c’è stata una lotta per farle cambiare posizione, anche da parte dei consiglieri comunali che la sostengono. C’è stato un impegno costante: si sono trovati dei corsi di lingua e alfabetizzazione in collaborazione con l’Associazione Immigrati di Pordenone, sono state trovate attività che potessero impegnare i ragazzi non potendo lavorare. Oggi con Legambiente puliscono sentieri in montagna, hanno ridipinto la sede dell’Arci, stanno imparando a giocare a rugby e quando si muove il circolo per qualche manifestazione o iniziativa loro sono sempre presenti. L’incontro con l’Associazione Dounya di Carpi è avvenuto poco prima dell’udienza, a marzo. È un’associazione di immigrati dal Mali e ha dato supporto sia fornendo materiale sul paese utile al processo sia mettendo a disposizione un interprete che permettesse ai ragazzi di raccontare al meglio le loro storie. Pare strano eppure la sorte di quattro persone è stata legata alla fortuna di un incontro, alla scelta di lottare di una comunità: perchè è così che il diritto si costruisce e si mantiene vivo. Ed è questa forse la prima lezione, la più difficile e la più importante che questi ragazzi hanno imparato in Italia. Forse anche per questo ormai quando qualcuno gli chiede: “Da dove venite?” loro senza pensarci troppo su rispondono “Da Montereale Valcellina”. |
Estratto dal numero di Carta EstNord
Da Carta del 6 marzo 2009 (pressapoco)
I 4 RAGAZZI DI MONTEREALE
di Sara R.
Montereale Valcellina è una piccola comunità della pedemontana pordenonese, fatta di case a ridosso di strade, pareti di pietra che sembrano una difesa fintanto che non impari ad aggirarle, fino a trovare cortili interni che si incastrano tra loro, quasi ventre, rifugio nascosto.
“I nostri 4 ragazzi”: così li chiamano a Montereale.
Hibrahima viene dalla Guinea Conackry mentre Nama, Drahmane e Mohamed dal Mali. Tra di loro parlano lingua bambara e Hibrahima, che coi suoi 31 anni è il più “vecchio”, fa da traduttore: conosce correttamente anche il francese e sta imparando in fretta l’italiano.
Questa dovrebbe essere una storia normale nell’Italia del diritto. Ma è quasi la storia di un’eccezione. Un’eccezione legata ad un incontro.
Per capire gli eventi è necessario farseli raccontare nel dettaglio da Paolo Giacomello e Mario Alzetta, colonne del circolo Arci “Tina Merlin” di Montereale Valcellina, che da mesi portano avanti con dedizione e attenzione, assieme ad una grande fetta di comunità locale, una vera “lotta di solidarietà”.
Quando nel luglio del 2008 sono arrivati ad Aviano dal CPT di Gradisca d’Isonzo 116 richiedenti lo status di rifugiato, alcuni cittadini hanno occupato il municipio, la Lega si è dedicata alle solite fiaccolate e Prefettura e Caritas hanno trovato il modo di smistare il gruppo in alcuni comuni della Regione. Quattro sono stati destinati a Montereale.
Il circolo Arci, vista anche la vicinanza fisica tra la sua sede e le stanze dove sono stati alloggiati i ragazzi, non ha mancato di invitare da subito i nuovi venuti a fare conoscenza col posto e le persone. E per questo da allora li si è cominciati a vedere, immancabili mascotte, nelle corriere per le manifestazioni a Roma, a Trieste, nella gita del circolo a Venezia, alle varie iniziative organizzate sempre in paese, ai concerti in provincia e ai tornei di calcetto.
Ma a metà novembre sono arrivati i carabinieri. Li hanno condotti in questura assieme al decreto d’espulsione, frutto del giudizio della commissione per le richieste d’asilo espresso a fine luglio e di cui nessuno dei ragazzi era stato prima informato.
“Per tutti noi fu una cosa terribile: i ragazzi tornarono al circolo la sera, con le valige in mano, 50 euro a testa e dei biglietti del treno, ci calò addosso un’incredibile sensazione di impotenza. Erano in uno stato di totale disperazione così gli abbiamo chiesto di non partire subito e aspettare” racconta Paolo. Grazie ai consigli dell’Arci Nazionale hanno contattato un avvocato di Monfalcone, subito disponibile a predisporre le carte per il ricorso. E qui l’eccezione. Chi di loro avrebbe altrimenti mai conosciuto questo diritto a lottare?
Nel frattempo i 4 senza casa riescono ad ottenere un prolungamento dell’ospitalità da parte del Sindaco, ma solo per 5 giorni. Mario è anche consigliere comunale di Rifondazione: “Il comune [di centro-sinistra] ha mostrato pochissima umanità, ha creato con questi ragazzi un rapporto legato solo all’ufficialità delle carte e non di tipo solidaristico”. Scaduti i 5 giorni li hanno nascosti in montagna. “Una vera Resistenza” sottolinea Paolo. E poi è un’autentica catena di solidarietà, tra chi a turno li ospita, chi da loro da mangiare e chi gli lava i vestiti. Fino a quando la domanda di ricorso viene accolta e il sindaco accetta, dietro a forti pressioni da parte dei concittadini e dell’area più a sinistra della sua Giunta, di riaprire le porte degli alloggi ai primi di gennaio. Intanto interviene anche Legambiente per proporgli alcune attività di volontariato. Così, non potendo lavorare, in attesa dell’evolversi degli eventi i ragazzi ridipingono sedi, frequentano una scuola d’alfabetizzazione, un corso di lingua italiana, collaborano a un progetto di recupero dei sentieri. La prima udienza si è tenuta i primi di febbraio, la giudice ha stabilito di risentire in due momenti separati (il 5 e 12 marzo) il ragazzo della Guinea (dove nel frattempo c’è stato il colpo di stato che depone a suo favore) e i ragazzi del Mali (che nel frattempo sono stati messi in contatto con un’associazione di loro connazionali di Capri che gli darà una mano per la prossima udienza).
Hibrahima parla per tutti: “Vorremmo ringraziare tutti per quello che hanno fatto, qui la nostra vita è già cambiata e vorremmo continuarla qui.” E poi hanno appena cominciato ad allenarsi in una squadra di rugby, la seguono in trasferta… Di certo la tenacia non gli manca: perché non dovrebbero meritare di poter giocare almeno una partita?
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