search
top

Governare è comandare!… e anche guadagnare. Parola di Berlusconi.

Berlusconi batte la crisi - 06/03/09

 

di Franco Bechis - da italiaoggi.it

Ha appena intascato 159 milioni di euro, il 50% più del 2008
Silvio Berlusconi si è messo in tasca all’inizio di quest’anno un assegno da 159 milioni, 335 mila, 953 euro e 92 centesimi. Una maxi-somma rara anche per gli imprenditori. Ma soprattutto superiore di oltre la metà ai 102 milioni che il presidente del Consiglio e indirettamente principale azionista del gruppo Fininvest-Mediaset si era messo in tasca solo un anno fa.
 Si tratta dei dividendi che gli hanno erogato le quattro società direttamente controllate, le holding prima, seconda, terza e ottava che controllano la maggioranza del capitale del gruppo Fininvest.
Berlusconi è fra i pochi, pochissimi imprenditori italiani a essere diventato più ricco proprio nell’anno orribile della crisi finanziaria internazionale…(…)
Comprensibile quindi l’ottimismo del premier italiano che più volte ha tentato nei mesi scorsi di spegnere gli allarmi di centri studi nazionali e internazionali sulla crisi e la caduta di consumi e prodotto interno lordo.
Lui non ha certo problemi psicologici, e avere oltre 50 milioni di euro in più in tasca rispetto all’anno precedente non dovrebbe provocare particolare caduta dei consumi personali e lasciare abbastanza risorse anche per affrontare le difficoltà del 2009 che si farano sentire perfino sui bilanci delle sue aziende.
In tasca quella maxi disponibilità aggiuntiva è per altro dovuta in gran parte alle richieste del premier- azionista.
I bilanci delle aziende di famiglia sono riusciti a brillare nel 2008 a differenza di quelli di molte altre aziende, i dividendi sono stati distribuiti quindi con maggiore generosità del passato, ma i bilanci in sè non hanno ottenuto un risultato così clamoroso. Il guadagno effettivo fra 2008 e 2007 delle quattro holding che appartengono a Berlusconi è stato di poco superiore a 13 milioni di euro, che è pur sempre un ottimo risultato. Ma l’anno precedente l’allora candidato premier aveva chiesto a tre delle sue società la distribuzione di tutti i dividendi, e a una di queste, la holding prima, di accantonare a riserva straordinaria (e cioè di lasciare in pancia alla società per eventuali acquisizioni future o sottoscrizioni di aumenti di capitale delle controllate) l’intero dividendo, pari a 43 milioni e 258 mila euro.
Quest’anno invece Berlusconi ha pensato evidentemente di avere maggiori necessità finanziarie personali e chiesto al consiglio di amministrazione della holding prima di versargli l’intero dividendo del nuovo esercizio, pari a 48 milioni e 100 mila euro.
Il contrario di quel che han deciso i figli Marina e Piersilvio, che hanno lasciato nelle casse delle società i 38,8 milioni guadagnati…

Franco Bechis

 

Intervenendo al Capranica all’assemblea dei gruppi Pdl di Camera e Senato, il premier propone di cambiare i regolamenti parlamentari: il voto del capogruppo deve valere per tutti i suoi deputati. Chi non è d’accordo potrà esprimersi contro o astenersi. “Io capisco i nostri deputati - dice Berlusconi - che sono persone del fare e non funzionari di partito, che si sentono deprimere in Parlamento con votazioni continuative”

 

Nel suo intervento all’assemblea dei gruppi parlamentari di Camera e Senato, andata in scena al teatro Capranica di Roma, cuore capitolino, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha annunciato che è all’esame una riforma dei regolamenti parlamentari per quanto riguarda il sistema di voto. E c’era già da tremare fin da queste prime dichiarazioni, soprattutto memori dei recenti strappi politici e di una cammino governativo che non ha risparmiato l’uso della decretazione d’urgenza, di fatto sterilizzando spesso e volentieri il Parlamento.
Ed infatti la spiegazione che il premier fornisce per giustificare questo progetto di (contro) riforma è sempre la stessa, il solito mantra che si fonda sull’idea che governare sia comandare, mentre delinea in cosa dovrebbe consistere la svolta. “Di fronte a regolamenti che sono non adeguati alla necessità di una maggioranza e di un governo di avere in tempi certi e brevi disegni di legge che vengano trasformati in leggi”, Berlusconi ha ipotizzato che a un certo punto si possa riconoscere “il voto di un partito nel voto del capogruppo”. Tutti per uno, uno per tutti. Dove i tutti sono i deputati e l’uno il capogruppo. Ma siccome è magnanimo, Berlusconi non nega il diritto di esprimersi diversamente. Chi invece non è d’accordo potrà “presentarsi” e “votare contro o astenersi”. Insomma, “il capogruppo alzandosi e votando nelle commissioni o in aula” dovrebbe poter rappresentare, secondo il premier, “l’intero gruppo dei suoi deputati”.
Qualora qualcuno potesse fargli presente che l’idea non è proprio saggia, il premier non esita a farsi scudo dell’altrui condizione. “Capisco i nostri deputati, che sono persone del fare e non funzionari di partito, che si sentono deprimere in Parlamento con votazioni continue”, ha detto il capo del governo.
Prima di lanciare questa ipotesi di riforma - che si accompagna con quella di dimezzare il numero dei parlamentari - il premier ha chiamato alla tribuna il ministro degli Esteri Franco Frattini che ha ricordato come “da quarant’anni nell’assemblea nazionale francese è previsto il voto per delega in base a un’ordinanza presidenziale del ‘58. Il capogruppo può votare al posto del singolo parlamentare nel caso di un impedimento o di una missione che lo coinvolga autorizzata dal governo fino a otto giorni”. Ma in Francia, questo non è stato ricordano, non hanno Berlusconi come capo del governo.
Un capo del governo che sa anche prevedere. Soprattutto il possibile malumore di chi si accollerebbe tutto il peso dell’attività parlamentare. Per evitare infatti l’effetto “tana libera tutti” che rischiava di propagandarsi nell’assemblea degli eletti già pronti a lasciare il fardello del voto nelle mani dei due malcapitati “secchioni” di Camera e Senato (Cicchitto e Gasparri), Berlusconi ha chiarito che rispetto all’ipotesi estrema di una riforma così radicale, i parlamentari del Pdl dovranno in ogni caso essere presenti in aula e con un sorriso li ha ammoniti a lavarsi “bene le mani e i polpastrelli”, facendo riferimento al nuovo sistema di votazione a Montecitorio che prevede il riconoscimento delle impronte digitali di ciascun parlamentare.
Lui stesso ha garantito che “anche il presidente del consiglio cercherà di ritagliarsi del tempo per venire a testimoniare con la sua presenza l’importanza del Parlamento”. Grazie mille, soprattutto per quel ritagliarsi del tempo, oltre che per quel riconoscimento di importanza alle camere. E a scanso di equivoci ha insistito: “A parte gli estremi, credo che si debba ragionare sul cambiamento dei regolamenti in modo che si possano avere delle sessioni di voto. Intanto molti voti possano esseri presi nelle commissioni dove si fanno le leggi. Il voto finale può essere spostato nell’aula. E comunque questo nuovo sistema deve essere tale che la maggioranza che gli italiani hanno eletto possa essere ancora e sempre maggioranza in Parlamento. Nei primi tempi in attesa che questo avvenga occorre che siamo tutti presenti”.
Per fortuna qualcuno è rimasto saggio nella maggioranza. Anche questa volta l’ammonimento a non tracimare nella figura del sovrano assoluto, svestendo i panni di quella di presidente del consiglio, è venuta da Gianfranco Fini, che pure oggi a El Pais non disdegnava (c’è da indagare sul livello di sincerità) l’ipotesi che il Cav. calchi in futuro la soglia del Quirinale. Comunque sul voto dell’uno per tutti, il presidente della Camera stronca senza appelli: “Già l’aveva avanzata ed era caduta nel vuoto. Accadrà la stessa cosa anche stavolta, è una proposta impossibile”. Speriamo

Manda una risposta